Al Bec di Mea, sulla palestra di roccia aperta da Motti

Ed eccoci sul Bec di Mea! Non siamo ancora partiti con le riprese, che già tocca mettere le mani sulla roccia. Non sappiamo se Motti sarebbe particolarmente orgoglioso di noi, vista la fatica fatta per raggiungere la cima – ovviamente dal sentiero che passa per le grange, mica dal fondovalle! – ma noi di certo ci siamo calati, o meglio siamo ascesi, nell’universo di Gian Piero come non avremmo potuto fare in nessun altro posto. Diciamolo subito: ragionando in termini cinematografici, la valle vista dalla Mea è uno spettacolo, come pure il sentiero per arrivarci, che attraversa il villaggio degli Alboni fresco di precisissimo restyling e si intrufola in un bosco di faggi che disegnano una galleria verde sopra le nostre teste. Ci fermiamo per qualche scatto di rito, due brevi riprese a qualche bel dettaglio, poi arriviamo alle spalle della parete e contempliamo il paesaggio circostante. Roccia, acqua, verde e cielo: la natura nella sua espressione essenziale ed estetizzante. Un gruppo di rocciatori sbuca dalla Mea, ci dicono di essere dei soccorritori alpini impegnati in un’esercitazione, dal momento che sono i primi arrampicatori che incontriamo viene naturale fare un gesto scaramantico! Decidiamo come organizzare le vere riprese, quando torneremo in forze, e soprattutto ipotizziamo chi, tra i personaggi e testimoni coinvolti – i cui nomi sveleremo man mano – sarebbe interessante riportare in questi luoghi… Scendiamo su Breno che il sole è ancora alto, dettaglio non da poco per chi deve girare un film: da Cesarin ci hanno detto la Val Grande è come la Norvegia, in pratica resta in ombra per sei mesi d’inverno e in piena luce per gli altri sei. Ci immaginiamo una bella tavolozza di contrasti, ci sarà da lavorare parecchio sul piano fotografico e non vediamo l’ora di iniziare. Alla prossima.

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