Gian Piero Motti

Biografia

6 Agosto 1946

Nasce a Torino. Di famiglia agiata, può permettersi di vivere di montagna e non avrà mai problemi a manifestare la sua estrazione borghese. Di lui si ricorda che andava ad arrampicare in Lancia Fulva Coupé e che disponeva sempre dei materiali migliori. Per questo, oltre che per lo stile plastico ed elegante di arrampicata, venne soprannominato il “Principe”.

1969

Prima solitaria al Pilier Gervasutti sul Mont Blanc du Tacul. L’impresa alpinistica che lo rende famoso.

1972

Pubblica il primo dei due articoli-chiave della sua carriera e di un’intera generazione:
“I Falliti”, nel quale attacca chi non sa più vivere senza montagna. La frizione con l’ambiente conservatore e sabaudo dell’alpinismo torinese diventa insanabile.

Motti scopre le pareti fino ad allora inviolate della Valle dell’Orco, dove inventa, letterariamente prima ancora che in falesia, un Eldorado di granito nostrano. Il Capitan della Yosemite Valley viene riprodotto sulle rocce piemontesi e diventa il “Caporal”. Su queste pareti l’anno successivo Motti traccia, insieme a Guido Morello, una via destinata a fare epoca: “Itaca nel Sole”.

1974

 

Esce il suo secondo, celebre scritto: “Il Nuovo Mattino”. Anche se in realtà si tratta di un “semplice” excursus sul mondo dell’arrampicata libera californiana, viene da tutti letto come il manifesto di un nuovo modo di intendere l’arrampicata, non più come dovere, ma come puro piacere estetico e intellettuale. Ne deriva una corrente alpinistica vera e propria, con tanto di discepoli e adepti, che Motti – va precisato – non fa nulla per alimentare. È il ’68 della montagna.

 

1983

Con l’articolo “Le Antiche Sere” rovescia in parte i concetti espressi nel “Nuovo Mattino”, ribadendo la necessità di un approccio meno integralista alla montagna. Sono gli anni del riflusso dopo l’epoca della contestazione, Motti fatica a trovare il suo spazio in un ambiente che sta di nuovo cambiando pelle.

Il 21 giugno dello stesso anno si toglie la vita.

Scritti

I falliti - rivista mensile del CAI, settembre 1972

“Andavo ad arrampicare tutti i giorni, o quasi, preoccupatissimo di ogni leggero calo di forma. Ma non mi accorsi nemmeno che stava divenendo primavera, non vidi neanche che qualcosa di diverso succedeva nella terra e nel cielo e chi ben mi conosce sa che questo equivale a una grave malattia. Arrampicare, arrampicare sempre e null’altro che arrampicare, chiudermi sempre di più in me stesso, leggere quasi con frenesia tutto ciò che riguarda l’alpinismo e dimenticare, triste realtà, le letture che sempre hanno saputo dirmi qualcosa di vero e che con l’alpinismo non hanno nulla a che spartire. Ma qualcosa comincia a non funzionare: ritornando a casa la sera mi sento svuotato e deluso, mi sento soprattutto inutile a me stesso e agli altri, mi sembra anzi, e ne ho la netta sensazione, che il mio intimo si stia ribellando a poco a poco a questo stato di cose, che il mio cervello non tolleri questo modo di vivere. Ed ecco che giunge la crisi, terribile e cupa”.

Il Nuovo Mattino - Scandere, 1974

“Nella Yosemite Valley c’è il Capitan, parete immensa, guscio di granito dalle proporzioni disumane. Balma Fiorant presenta al centro una parete che è un microcosmo del Capitan, noi l’abbiamo chiamato il Caporal (…) Sarei molto felice se su queste pareti potesse evolversi sempre più quella nuova dimensione dell’alpinismo spogliata di eroismo e di gloriuzza da regime, impostata invece su una serena accettazione dei propri limiti, in un’atmosfera gioiosa, con l’intento di trarre, come in un gioco, il massimo piacere possibile da un’attività che finora pareva essere caratterizzata dalla negazione del piacere a vantaggio della sofferenza. Se qualcuno poi dirà che questo non è più alpinismo, di certo non ci sentiremo offesi nel sentirci definire semplici “arrampicatori” e non “alpinisti”. Cosa sia poi veramente l’alpinismo ancor non l’ho ben capito”.

Alla ricerca delle antiche sere - Rivista della montagna, 1983

“Perché antiche sere? Perché un albero mette frutti e fiori soltanto se ha radici e soltanto se la linfa vitale scorre dalle radici ai rami: se si taglia l’albero all’altezza delle radici, ahimè!, ben presto esso morirà, diverrà un tronco secco da ardere, senza fiori e senza frutti. Qualcuno, forse in buona fede, sta cercando di segare l’albero per staccarlo dalle sue radici, con l’illusione di dargli finalmente la libertà di movimento. Ma forse si è ancora in tempo a porre riparo, a cicatrizzare la ferita, ormai molto estesa, e a ricollegare i capillari della linfa con le radici sottostanti. Molti cominciano già a vedere che l’albero dà frutti avvizziti, quasi non dà più fiori, va perdendo le foglie e rinsecchendosi nei rami. Ed è per questo che mi sono preso l’arbitrio di usare tanto mito nel battezzare le pareti rocciose: lo si voglia o no, è nel mito che possiamo trovare il senso del nostro esistere e la risposta ai grandi perché della vita”.

Le montagne di Gian Piero

Oggi possiamo dire che il passaggio di Gian Piero Motti nel mondo dell’alpinismo abbia rappresentato un’autentica boccata di aria fresca. La sua visione ludica della montagna, l’assoluta assenza di discriminazione tra alpinismo classico e scalata in falesia o su massi, l’apertura mentale e l’avversione verso il provincialismo hanno permesso all’ambiente di avvicinarsi alla scuola francese prima e a quella americana poi, cioè di adeguarsi ai tempi. Da questo punto di vista Motti è stato davvero l’uomo nuovo, il grimaldello che ha spalancato le porte su una nuova epoca. Il suo essere imbevuto dei miti musicali, letterari e cinematografici d’Oltreoceano ne fanno un rappresentante atipico e sfaccettato dell’alpinismo non solo italiano. A settant’anni esatti dalla nascita, Gian Piero Motti è un personaggio che non finisce di sollevare interrogativi. La sua parabola alpinistica è stata una ricerca sofferta del senso più profondo della vita. Il mondo di Gian Piero era una foresta di simboli da interpretare, mentre la profonda cultura che lo animava ne fa uno dei campioni dell’ambiente intellettuale italiano del secondo dopoguerra. La personale visione del ’68, poi, lo rende una figura ancora più complessa, perché di quel periodo di cambiamenti epocali Motti fece proprie primariamente le istanze culturali, letterarie e spirituali, lasciando ad altri, non necessariamente più preparati o intellettualmente onesti, il compito di portare la discussione su un piano politico e sociale.